Vai al contenuto

Editoriale 17/MMXXV

I bassorilievi della scalinata che conducono all’Apadana (sala riservata alle udienze ufficiali) di Persepoli, sono tra i più impressionanti dell’Iran. Già il palazzo in sé, fatto costruire da Dario e poi completato da Serse, fu uno dei più ricchi e grandiosi complessi edilizi che siano mai esistiti, con le sue gigantesche colonne e il soffitto in legno di cedro e cipresso. Una meraviglia architettonica che doveva riflettere la grandezza dei Persiani e  il senso estetico, ma al contempo evidenziare la presenza di più popoli. Proprio nei bassorilievi della scalinata vengono infatti mostrate ventitré delegazioni delle nazioni  dell’epoca –  dagli arabi ai traci, dai cappadoci agli indiani – che portano i loro tributi al re achemenide.

Non è difficile immaginare la soggezione di chi a quei tempi giungesse in un luogo così monumentale, con le processioni di ambasciatori venuti da terre lontane, popoli che parlavano lingue diverse. E non è difficile per noi, oggi, restare stupiti mentre osserviamo tali vestigia. Sensazioni che Francesca D’Alonzo, che ha attraversato quelle terre in sella alla sua motocicletta, ci offre nel suo reportage frutto di centinaia di chilometri percorsi su strade polverose, affascinanti e testimoni di una grandezza passata. Un viaggio che lascia il segno. “Un viaggio – per dirla con le parole del giornalista e scrittore polacco Rizard Kapuscinski,  che proprio in Iran ha soggiornato negli anni ’80 del secolo scorso – non inizia nel momento in cui partiamo né finisce nel momento in cui raggiungiamo la meta. In realtà comincia molto prima e non finisce mai, dato che il nastro dei ricordi continua a scorrerci dentro anche dopo che ci siamo fermati”.

di Fabio Lagonia

Autore