Quando sentii parlare per la prima volta di Socotra sinceramente non sapevo né dove fosse né di quale stato facesse parte e men che meno immaginavo fosse un luogo così difficile da raggiungere. Ho sempre cercato mete fuori dal turismo di massa e dal caos, dove poter trascorrere molto tempo all’aria aperta, ascoltare i silenzi dei deserti, camminare sulle alte montagne e immergermi nelle acque più cristalline del pianeta; luoghi che potevano dare beneficio al mio corpo e alla mia mente. Iniziai a documentarmi su questa sconosciuta isola e da lì a poco me ne innamorai follemente.

Socotra è una piccola isola situata a circa cinquecento chilometri dallo Yemen, lo stato al quale appartiene, tra l’Oceano Indiano e il Mar Arabico, vicino al Corno d’Africa. È la più grande delle quattro isole dell’Arcipelago di Socotra (Darsa, Samha e Abd al Kuri) e dal 2008 patrimonio dell’umanità Unesco. Lunga circa centotrenta chilometri e larga quaranta, è disposta su un’area di tremilaseicento chilometri quadrati. Sebbene piccola è molto importante per il resto del mondo poiché ha un’immensa ricchezza naturale ed un grande patrimonio culturale. Un territorio, quello di Socotra, molto antico: un piccolo pezzo staccatosi dal vecchio continente che include Africa, India e Arabia.

Di Socotra si raccontano leggende e storie in abbondanza. Una di queste narra che fu un covo di stregoni e veggenti capaci di rendere invisibili le coste e far naufragare le navi che vi si avvicinavano, quasi a voler tener nascosto questo immenso tesoro al mondo intero. Un luogo, quindi, rimasto isolato per molto tempo grazie anche al vociferare dei marinai che in passato confermarono i pericoli per raggiungerla; negli ultimi decenni, invece, sta subendo la guerra politica dello Yemen. Ma oggi, grazie al controllo che gli Emirati Arabi hanno su questo territorio, può essere finalmente raggiunta.

Il suo isolamento geografico, unito al suo clima estremo e arido, ha favorito lo sviluppo di flora e fauna uniche. Circa un terzo delle sue ottocento specie di piante non si trova da nessun’altra parte del pianeta. I fattori principali che influiscono su questo clima sono i monsoni. In inverno portano molte piogge, mentre in possono determinare condizioni severe e spiacevoli. Uno dei maggiori simboli di questo luogo, è sicuramente il Dragon’s Blood Tree (Albero del sangue del drago) o Dracena Cinnabari. Una pianta molto antica che cresce solo a Socotra, ad alte altitudini, fino a milleseicento metri sul livello del mare. Ha la forma di un ombrello rovesciato, proprio per la bislacca forma della chioma, composta da tanti ciuffetti verdi che poggiano sull’estremità dei rami; rami intrecciati che crescono in modo tale che, con le foglie, formano una semisfera. Queste piante hanno una crescita molto lenta e i suoi esemplari più antichi raggiungono età millenarie. Per preservare quest’albero è nato un vivaio dove i giovani alberi vengono cresciuti dal 2006. Una volta raggiunti i dieci-quindici anni di età, l’albero è pronto per essere introdotto nella foresta.

Molte leggende sono nate intorno a quest’albero. Alcune dicono che quando i draghi muoiono diventano “alberi di drago”. Plinio il vecchio narra che l’albero sia nato dal mischiarsi del sangue di un elefante e un drago durante uno scontro letale tra i due. Il nome “sangue di drago” deriva dalla resina rossa contenuta nelle foglie e nella corteccia. Tale resina è stata usata sin dall’antichità come medicamento per merito dei suoi molteplici effetti benefici, come essenza profumata e come pigmento per colorare pietre preziose, vetro e marmo. Sembra davvero un albero alieno venuto da un altro pianeta. Non meno particolare e bizzarro è il Bottle Tree o meglio conosciuto come “albero bottiglia” o “rosa del deserto” (Adenium obesum socotranum); così chiamato per la caratteristica forma gonfia alla base del tronco. Ricco di liquidi e nutrienti, è ornato da caratteristici fiori di un delicato colore rosa. La Boswellia socotrana è la pianta dalla quale viene ricavato il preziosissimo franchincenso di Socotra, il vero incenso, che nell’antichità aveva un valore pari a quello dell’oro. Insomma… una natura sorprendentemente straordinaria!

Sull’isola non ci sono (fortunatamente) resort ma solo cinque hotels; i servizi sono semplici e chi come me, decide di partire per questa avventura, ne è pienamente consapevole. Qui si vive a stretto contatto con la natura, si dorme in tenda e ci si lava (ove possibile) nei torrenti. Non ci sono toilette, non c’è internet e al di fuori del capoluogo l’elettricità è inesistente Il posto ideale per vivere una vera esperienza wild e di ecoturismo.

Non mancano però i sorrisi dei suoi abitanti, quelli non li scorderò mai. Un biglietto da visita che rende questo luogo ospitale, gentile e allo stesso tempo curioso nei confronti del turista. Ricordiamoci però, che ci troviamo in un paese musulmano e bisogna rispettare tutte le regole di questa religione. I circa quarantamila abitanti sono concentrati per lo più nel capoluogo Hadibu (anche noto col nome di Tamrida) dove un buon numero di abitanti è impiegato nel commercio o ha un lavoro statale; il resto della popolazione vive in piccoli villaggi dove le abitazioni tradizionali riflettono una cultura ricca di influenze arabe e africane. La maggior parte dei socotrini – così si chiamano gli abitanti di Socotra –, sono pastori che allevano capre, pecore e bovini e coltivano palme oppure pescatori.

Le popolazioni che vivono sulle coste dipendono totalmente dalla pesca e oltre al pesce, ben poco viene esportato dall’isola. L’agricoltura è praticamente inesistente ed essendo il territorio più povero dell’intero Yemen, non ci si può permettere cibi “lussuosi”. La vita di questi abitanti scorre sana e tranquilla e secoli di isolamento hanno permesso loro di preservare la propria cultura e la loro lingua, il soqotri, nonostante le varie dominazioni. Tanti isolani sono partiti alla volta degli Emirati Arabi dove lavorano per mantenere le proprie famiglie rimaste sull’isola.
Girando in lungo e in largo per Socotra, ci si trova in continuazione di fronte a paesaggi surreali. Non a caso viene anche chiamata “l’isola aliena”. Una vera magia nel bel mezzo del nulla che lascerà un segno indelebile in coloro che avranno la fortuna di raggiungerla.

Vi sono oasi di palme e piscine naturali, canyon scavati dai torrenti come il Wadi Kalissan, enormi grotte (Hoq Cave) che conservano testimonianze di popolazioni antiche fino ad arrivare alle acque turchesi dell’Oceano Indiano e del Mar Arabico, barriere coralline ancora incontaminate nella riserva marina di Di-Hamri. Si possono scalare dune bianche come borotalco ad Arher per avere una vista mozzafiato sulla costa, camminare sull’altopiano di Diksam e nella riserva naturale di Firmin, dove migliaia di alberi del drago crescono indisturbati; e poi perdersi nell’azzurro cristallino della laguna di Detwah, a mio parere il luogo più spettacolare dell’isola.

Testo e fotografie di Jenny Guarnieri
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